La Battaglia della Trebbia

Narrazione di Massimo Solari

Nel solstizio d'inverno dell'anno 218 avanti Cristo il turista che avesse percorso la nostra val Trebbia avrebbe notato una insolita agitazione. Dalle parti di Ancarano, probabilmente in campi trincerati vicini o adiacenti, erano stanziate quattro legioni consolari, con un numero di alleati galli di numero non di molto inferiore. Il tutto era al comando dei due consoli di Roma: Publio Cornelio Scipione e Tiberio Sempronio Longo. Attorno agli accampamenti l'attività era febbrile: probabilmente si stava preparando qualcosa. All'epoca il Trebbia scorreva dove oggi corre la statale 45. Senza la brusca curva di Sant'Agata, davanti a Rivergaro, il Trebbia – impetuoso per le forti piogge dei giorni scorsi – correva ad est di Piacenza e si gettava in Po dalle parti di Mortizza. Se avessimo poi varcato il Trebbia (non c'erano ponti di sorta!) e avessimo voluto salire sulle prime propaggini delle colline, dalle parti di Rivalta e di Gazzola, per intenderci, avremmo notato la stessa agitazione: altre schiere di soldati che andavano e venivano, drappelli di cavalieri al galoppo, sentinelle che guardavano verso il campo romano, incursori che facevano passare il territorio metro a metro per imprimersi nella mente tutti gli anfratti, le gole, il corso degli affluenti del Trebbia. Più in alto, verso Monte Raschio, c'era un altro grande accampamento. Erano i soldati di Annibale.

Annibale era arrivato nella pianura padana (all'epoca si chiamava Gallia Cisalpina) alla fine di ottobre. Era partito dalla Spagna, dalla città di Carthago Nova, oggi Cartagena, ed aveva assediato e conquistato la città di Sagunto, alleata dei Romani. Poi aveva varcato l'Ebro, confine tra i territori cartaginesi e quelli romani, con un esercito enorme: oltre centomila uomini tra punici, iberici, libici, baleari, liguri. Con sé aveva i fratelli più giovani Annone e Magone, mentre l'altro fratello, Asdrubale, era rimasto a presidiare la Spagna. Portava anche trenta elefanti, che saranno dimezzati al passaggio delle Alpi. Superato l'Ebro, Annibale conquistò tutta la costa Brava e la piccola città di Barcino, oggi Barcellona, e valicò i Pirenei. Qui venne a contatto con le tribù galliche che gli contrastarono il cammino fin quando, durante un abboccamento coi capi tribù, Annibale, offrendo loro dei doni, comunicò che la sua intenzione era di superare le Alpi per attaccare la crescente potenza romana direttamente sul suo territorio: l'Italia. Ancora sulle Alpi dovette aprirsi la strada tra le tribù celtiche che non vedevano di buon occhio il passaggio di questa enorme schiera di soldati, ma, tra mille difficoltà, in ottobre scese in pianura e mise l'assedio alla capitale dei galli taurini: l'odierna Torino venne conquistata in tre giorni. E Roma? Roma sapeva dell'attività di Annibale già dall'assedio di Sagunto, e, dopo mille tentennamenti, decise di reagire: due legioni, al comando del console Sempronio, sarebbero scese in Sicilia per invadere l'Africa cartaginese e altre due, al comando del console Scipione, si sarebbero imbarcate a Pisa per invadere la Spagna. Quando Scipione giunse dalle parti di Marsiglia venne a sapere che Annibale aveva già superato il Rodano e si stava dirigendo a marce forzate verso le Alpi. Veloce cambio di programma: Sempronio Longo si sarebbe diretto a Rimini, via mare, mentre Scipione doveva tornare velocemente a Pisa. In breve tempo, Scipione da Pisa raggiunse la nuova colonia di Placentia (fondata solo il 31 maggio di quello stesso anno, ma non per difendere Roma da Annibale, solo per consolidare la presenza romana nella pianura padana appena conquistata). Da Placentia, appreso che Annibale aveva già messo Taurinum a ferro e fuoco, Scipione superò il Po e cercò di intercettare il nemico.

I due eserciti si incontrarono a Ticinum, in Lomellina, e lo scontro si concluse con una semplice scaramuccia tra le opposte cavallerie. Di fronte all'impeto della numerosa cavalleria numida i Romani ebbero la peggio e si ritirarono oltre il Po. Annibale aveva vinto il suo primo scontro con i Romani. Lo stesso console Scipione era rimasto ferito ad una gamba e solo il valore del figlio quindicenne lo aveva salvato da morte certa. Il giovane ardimentoso era Publio Cornelio Scipione, che passerà alla storia come Scipione l'Africano perché sarà il definitivo vincitore di Annibale alla battaglia di Zama, circa vent'anni più tardi. Scipione, tornato a Placentia, cercò sulle prime colline della val Trebbia un luogo impervio, che impacciasse i movimenti della più agile cavalleria cartaginese e si collocò ad Ancarano, in attesa di Sempronio Longo. Annibale nel frattempo, passato il Po, si stanziava dalle parti di Sant'Antonio a Trebbia (ma il Trebbia non passava ancora di lì!) per tener d'occhio la città di Placentia e l'accampamento di Ancarano. Intanto faceva assalire la fortezza di Clastidium (oggi Casteggio) che era un emporium, un magazzino di scorte alimentari dei Romani. Colpiti dalla facile vittoria di Annibale a Ticinum, molte tribù galliche si alleano al Cartaginese. In dicembre arriva ad Ancarano anche Sempronio Longo con le sue legioni. Tanto Scipione, ancora gravemente ferito, è timoroso, tanto Sempronio è spavaldo: in Sicilia le aveva suonate ai Punici ed era convinto di riuscire a ripetere l'impresa anche a Placentia. Per una ventina di giorni i due eserciti si studiano, poi Annibale passa all'azione: ordina al fratello Magone di nascondersi con duemila uomini scelti in una valletta che sbuca in Trebbia, fa distribuire doppie razioni ai soldati e ordina loro di cospargersi d'olio. All'alba invia un contingente di cavalieri numidi a provocare i Romani fin sotto i loro accampamenti. Sempronio, sordo ai richiami di Scipione, decide di risolvere la cosa una volta per tutte: del resto le elezioni dei nuovi consoli erano alle porte, e in quel frangente, impedito a combattere Scipione, la gloria della vittoria sarebbe stata solo sua. Fa uscire prima i frombolieri e gli iaculatores, poi tutte e quattro le legioni con gli alleati.

L'intero esercito romano varca il Trebbia all'inseguimento dei cavalieri numidi che si ritirano in disordine. Quando le avanguardie romane risalgono la riva del Trebbia si trovano di fronte l'intero esercito cartaginese in assetto di guerra: ventimila fanti schierati in un'unica – enorme – fila di quasi quattro chilometri. Ai lati, divisa in due parti, la cavalleria numida e alleata. Dietro i quindici elefanti superstiti dal passaggio delle Alpi. I Cartaginesi sono freschi, con la pancia piena e non temono il freddo, grazie all'olio. I Romani sono intirizziti: alcuni non sono riusciti a passare il Trebbia gelido e sono periti tra i flutti, gli altri sono digiuni e appena svegli. Le mani fanno fatica a stringere le armi, che sono zuppe d'acqua. Il morale è già a terra quando comincia la lotta. La cavalleria numida, più numerosa e motivata, accerchia e sbaraglia la debole cavalleria romana, composta per la maggior parte da alleati galli. A questo punto la cavalleria attacca le ali dello schieramento romano, rimasto senza difesa. Sul più bello del combattimento, mentre i Romani sono impegnati a contrastare gli elefanti, arriva Magone dalle spalle. Nessuno lo aveva notato, ma Magone si frappone tra i Romani e il loro accampamento, neppure la via di fuga verso il Trebbia è loro consentita. Infatti un grosso contingente romano, facendo quadrato, riesce a rompere l'accerchiamento punico e si fa strada verso Placentia, dove si rifugia “recto itinere”, andando dritto. Gli altri cercano scampo nel Trebbia, contendendo la via a Magone. Chi non riesce a superare lo sbarramento, chi, superatolo, cade nel fiume gonfio dalle recenti piogge, pochissimi riescono a tornare al campo di Ancarano. Poche le perdite di Annibale, dimezzate le forze romane. Quando scende la sera, col nevischio che annebbia gli occhi, i Cartaginesi tornano al loro campo, ponendo fine alla mattanza. Il greto del fiume è un enorme cimitero. Così finisce la battaglia della Trebbia. Annibale mieterà altri successi al Trasimeno e poi a Canne, quando sembrò che la potenza romana non avrebbe più potuto risollevarsi. Invece fu proprio in quel momento tragico che Roma ritrovò la forza e la dignità di riprendersi, e alla fine riuscirà a cacciare Annibale dall'Italia e a vincerlo definitivamente a Zama.

Annibale resta nel piacentino pochi mesi: dalla fine di novembre del 218 alla primavera successiva, tanto che si parla dell' “inverno piacentino” di Annibale. Dove rimase? Ricordiamo che l'esercito di occupazione aveva continue e impellenti necessità di reperire cibo per sé e fieno per gli animali, e che lo stesso Scipione divise subito in due l'esercito, inviandone metà a Cremona per evitare un eccessivo affollamento nella colonia appena fondata. Probabilmente Annibale fece disperdere nel piacentino l'esercito, inviandone parte anche in alta collina. Mentre gli scrittori romani dicono solo che Annibale, finito l'inverno, passò in Etruria, nel piacentino le leggende che riguardano Annibale sono fiorite a decine: da Gossolengo (osso – lungo) che vanta di aver trovato un osso di elefante a Rottofreno (freno= morso del cavallo) che vanta il fatto che lì Annibale ruppe il morso del proprio cavallo a Zerba (Djerba, odierna località tunisina) in val Boreca, al monte Lesima (lesa manus, Annibale si sarebbe ferito a una mano nel salire il monte) a Tartago (Carthago) sempre in val Boreca, ai numerosi sentieri di Annibale e ponti di Annibale che punteggiano le nostre montagne, ai diversi toponimi di Barche o Barchi (Annibale aveva una sorta di “cognome” Barca, che in punico significa folgore, Barak) ancora presenti nel nostro territorio. Secondo il Poggiali, addirittura Valconasso deriverebbe da Barco – Nasso, richiamandosi ad Annibale, come Campremoldo deriverebbe il suo nome da Campo dei Morti, ove vennero seppellite le vittime della battaglia della Trebbia. Insomma, per essere avvenimenti di circa duemila e trecento anni fa, la memoria di Annibale e della sua battaglia è curiosamente ancora molto viva nel piacentino.

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